Con il fiorire della bella stagione si moltiplicano le occasioni per visitare i luoghi di cui si apprezza, meglio che durate l’inverno, il valore della natura e l’importanza dei monumenti. Abitiamo nella regione che ha il primato nazionale e forse anche mondiale di essere il posto dove si possono apprezzare sia il valore dei Beni Culturali che quelli paesaggistici e gastronomici, benefici che trovano sempre più l’acclamazione turistica.
Quindi il turismo è una fonte di notevole importanza nel bilancio di molti comuni ai attrae sempre più vacanzieri italiani e stranieri che visitano le nostre città attratti da quello che chiamiamo volgarmente “monumenti” ma che io preferisco individuarli come Patrimonio Culturale. Un concetto questo che è fondamentale per comprendere le radici, la storia e l’identità di una comunità o di un intero paese. Proteggere il patrimonio culturale significa perciò non solo preservare i beni materiali e immateriali, ma anche promuovere la consapevolezza della loro importanza.
Il mio compaesano Giuseppe Montanelli, figura chiave del Risorgimento toscano, percepiva la Toscana come una terra unica, caratterizzata da una “civiltà particolare che si distingueva dal resto d’Italia”. In questo contesto il noto personaggio identificava in Livorno il cuore pulsante e radicale del democraticismo, spesso in contrasto con la moderazione fiorentina.
Forse è per questa ragione che mentre in ogni paese o città di questa regione il comune quando si mette mano a un Bene appartenente al Patrimonio Culturale il popolo si agita promovendo delle serene ma ferme contestazioni (vedi episodio del “Cubo Nero” il moderno complesso residenziale di lusso costruito a Firenze). A Livorno invece la voce contestazione verso i suoi amministratori non esiste e si preferisce “turarsi il naso” e stare in silenzio.
Mi appello a quanti, tra coloro che leggeranno queste righe e che amano almeno un poco la loro città, facciano uno sforzo per capire cosa vuol dire far parte di una collettività, e quanto sia importante tutelare e valorizzare quello che la memoria ci ha lasciato.
Sono risorse che potrebbero diventare preziose per ogni comunità, non solo in termini di valore storico e culturale e la loro preservazione e valorizzazione possono contribuire a rafforzare l’identità di una città o di un paese, creando un legame tra passato, presente e futuro.
Sì, è un concetto ampiamente riconosciuto che i monumenti agiscano come specchio del carattere, della storia e dei valori di un popolo. Essi non sono solo pietre o bronzo, ma testimonianze tangibili che riflettono l’identità di una comunità nel corso del tempo. Ecco come i monumenti raccontano il popolo di una città il loro splendore e la loro miseria e non basta la solita ironia sarcastica dei livornesi per giustificare il successo o meno dell’andamento dell’attività turistica, che fornisce lavoro a molti giovani livornesi.
Ecco allora che quanto il passato ci ha lasciato, che rappresenta l’humus per i tour turistici, rappresenta quanto di più trascurabile possa essere, qualcosa che intralcia l’interesse di quanti vogliono fare una città nuova, una città che hanno dichiarato essere proiettata essenzialmente verso il futuro.
Mettere mano ad esempio, a un progetto di ricostruzione di un semplice ponte livornese, integrato però nella memoria del luogo più storico della città non è una cosa semplice come qualcuno ci ha voluto far credere. Si tratta di incidere in quello che chiamiamo, anzi è denominato dallo Stato come Bene Culturale, un qualcosa che appartiene al popolo nazionale.
Il ponte denominato di Crocetta che si trovava sul Canale dei Navicelli in Venezia Nuova, (il Fosso Caprera altro non è l’ultimo tratto del canale ideato da Leonardo da Vinci nel XV secolo e scavato prima che venisse eretta Livorno per collegare l’Arno allo scalo labronico e quindi con Firenze) costruito nel 1713. Lungo in origine braccia 19 circa [11 mt] e braccia 9 [5,30 mt] di larghezza aveva una freccia molto alta per consentire il passaggio dei navicelli con l’albero abbassato.
La schiena d’asino troppo ripida provocò con i trasportatori ottocenteschi una accesa discussione per la difficoltà che avevano a raggiungere Marittima, per questo nel 1879 la volta venne abbassata e il ponte allargato per la riduzione delle pendenze. I lavori comportarono un abbassamento della strada per 60 cm ma si garantiva di avere una luce libera sul pelo medio delle acque di 2,00 mt..
Il 10 settembre 1893 Livorno fu colpita da una ennesima epidemia di colera e nel 1897 si avviò la tombatura dell’antico canale sulla quale nacque il Viale Caprera.
Si conclude qui la storia sommaria di questo ponte che evidenzia quanto sia stato importante per la vita della città e per il quartiere (qui si impantanò una autombulanza e il padre Saglietto scese insieme ad altri uomini per estrarla dalla melma) e quanto sarebbe stato utile prima di sbarbicarne le radici fare una riunione almeno con il Consiglio di Zona. Per quanto riguarda presenza dei parapetti in mattoni a vista, condivido quanto afferma il progettista dell’opera ing. Alessio Bozzi che ha avuto la temperanza d’intervenire personalmente sul tema ammettendo che lui ha fatto quanto era stato incaricato, fare cioè una struttura abile a sostenere il traffico, anche pesante, della zona, un poco simile a quello che fecero i progettisti ottocenteschi.
Ammesso che da pochi anni, l’ingegnere può progettare e dirigere lavori su beni culturali, specialmente per gli aspetti strutturali e tecnici, si indica però che si avvalga di una collaborazione con altre figure professionali vista la delicatezza dell’ambiente.
Se ne desume che in questo caso che una domanda decisiva: perché visto che il ponte ha comunque basi e sostegni settecenteschi non sia ammesso al gruppo di lavoro un architetto?
In questa faccenda, come anche in quelle delle Acque della Salute o della Fortezza Vecchia e Nuova e non per ultimo il giardino monumentale del palazzo De Larderel, non si apprezza la presenza della Sovrintendenza ai Monumenti, una cosa che svilisce l’importanza che la città ha nei confronti di detti funzionari sempre più spesso burocrati che tecnici sul territorio.
Condivido diverse cose di quanto afferma l’architetto Mauro Parigi sulla realizzazione dell’opera e condanno il rumoroso silenzio degli ordini professionali come architetti, ingegneri e geometri che dimostrano come si muove il mondo di questa libera professione a Livorno.
Passando a un altro ponte non posso esimermi alla polemica che investe lo scavalco alla foce del Rio Ardenza in località nota fino a poco tempo fa come “Tre ponti” [costruiti nel 1888 in sostituzione del ponte di legno fatto realizzare dal Gonfaloniere Fabbri]. Anche in questo caso siamo di fronte a un Bene Culturale quindi di un bene pubblico d’interesse per le cui modifiche o peggio ancora abbattimento si sarebbe dovuto fare un dibattito pubblico, invece alla prosopopea amministrativa c’è stata la dimostrazione di una unica resistenza quella dimostrata dalla caparbietà con cui le strutture del ponte si opponevano, adducendo grida di appello, all’invasione del martello demolitore.
Qui non è solo la latitanza colpevole della Sovrintendenza ma anche la supposta autorità imperiale della Regione che con il suo mega progetto della valle del Rio Ardenza ha invaso, senza sentire il parere dei locali, l’intera zona facendo assomigliare la zona tra Collinaia e la costa un vero e proprio campo di battaglia. E così sono stati demoliti vecchi ponti, antichi corsi d’acqua come il canale Leopoldino, e distrutta molta vegetazione centenaria. E il popolo livornese cosa fa?
Riccardo Ciorli

