I “civici” al tempo della crisi dei partiti.

Non v’è alcun dubbio che le forme del “civismo politico” siano indotte e accelerate dalla crisi sistemica dei partiti tradizionali.

Questi ultimi hanno perso credibilità e la fiducia della gente, per una lunga serie di circostanze:

– in violazione delle leggi vigenti, manifestano assenza di democrazia interna e di trasparenza;

– rinserrati nei loro ruoli non contendibili e scoraggiando la partecipazione estesa, i gruppi dirigenti si sono tramutati in cordate di complicità, abrogando di fatto le scadenze;

– alla militanza che sceglie s’è sostituita la clientela che puntella;

– sono scomparsi i veri congressi orientati alla dialettica politica, e quei pochi svolti si possono meglio definire “rese dei conti”;

– pur refrattari a confrontarsi con la gente, sono invece assai permeabili all’influenza degli interessi affaristici, diventandone sponsor e restandone infiltrati se non colonizzati.

Sicché, in tanti anni d’interesse politico, ho potuto constatare – proprio nella Livorno dei movimenti popolari – rari progetti amministrativi che siano scaturiti dal basso piuttosto che per l’intervento delle lobbies, immobiliariste portuali o commerciali.

Occorre tuttavia porre molta attenzione nel ritenere virtuosa ogni iniziativa che s’accrediti come civica, perché non sempre possiede quei crismi che sono elencati nei manuali della dottrina sociale e politica.

Certo, se apponessimo una tale etichetta a ogni gruppo che partecipa alla competizione elettorale attraverso percorsi esterni ai partiti tradizionali, allora dovremmo prendere atto d’un fenomeno essenzialmente nominalistico.

Per il fatto che non tutte le esperienze civiche sono ugualmente entusiasmanti.

Assistiamo infatti, sempre più frequentemente nella realtà labronica, alla migrazione di questuanti, carrieristi, clientele, aspiranti/detentori di privilegi et similia, che un tempo s’affidavano e sostenevano i partiti del governo locale, verso forme – organizzate in proprio – di gestione diretta del consenso elettorale che sono capaci di produrre.

Un consenso che, dunque, non consegnano più fiduciosi al piddì, ma che intendono utilizzare applicando uno schema di sinergia opportunistica, di collateralismo condizionante.

Tutto ciò, a mio parere, configura un rischio assai temibile, in quanto s’enucleano dal corpo sociale tutti coloro che possono già vantare, in forme diverse, una familiarità col potere. Una condizione che in passato s’assicuravano per pressioni oblique, mentre oggi, a causa della crisi dei soggetti politici che li garantivano, intendono curare attraverso l’uso deviato del civismo.

Al fine di congelare le fisiologiche dinamiche di sana competizione sociale, soffocandola con la rappresentazione ipertrofica di sé. E imbarcando chi aspira alla carriera politica, ma non può utilizzare l’ascensore rotto dei vecchi partiti.

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