Il 16 e il 22 giugno 1940 pochi giorni dopo l’entrata in guerra del nostro Paese, l’aviazione francese colpisce Livorno, è questo il prologo di una serie d’eventi che portano la città a subire un numero incredibile d’incursioni, diurne e notturne. Il 9 febbraio 1941, aerei inglesi bombardano l’ANIC portando molti quartieri cittadini a essere ricoperti dalla nube nera prodotta dall’incendio degli idrocarburi.
Tra il 1940 e il 1945 Livorno e il suo territorio subiscono 41 bombardamenti cui parteciparono 1.141 aerei appartenenti alla forza aerea costiera alleata del Mediterraneo (MACAF), che scaricano ben 2.627 ton. di bombe.
Obiettivo dei bombardamenti sono, per lo più, la zona portuale, la stazione e i viadotti sul lungomare; ma, alle 11,35 e alle 15,45 del 28 maggio 1943, 100 B17 lanciano 300 tonnellate di bombe. Che colpiscono il centro cittadino provocando 149 morti.
Conseguentemente, all’accertata pericolosità di abitare in città, il 30 ottobre 1943, è emanata l’ordinanza con cui si stabilisce l’evacuazione coatta dalla zona nera del centro e di parte della costa.
Il 19 maggio 1944, tra le 10.15 e le 14.05, Livorno subisce l’ennesima incursione: viene colpito il centro cittadino, in particolare la Piazza Grande e il Duomo. La cattedrale di S. Francesco viene quasi completamente distrutta: si salvano solo la parete laterale e una parte della zona absidale mentre l’aula è una montagna di macerie, prodotte dalle squadre che hanno messo in sicurezza le murature perimetrali. Il recupero dei detriti diviene ben presto una redditizia attività, che nonostante i pericoli che comporta, ha il vantaggio di essere ben pagata e di poter essere un lavoro dove si riesce a lucrare sul materiale.
È ormai noto, dalla lettura dei documenti, che molti tra questi operatori rivendono quanto d’utile possono recuperare dalle macerie in un periodo in cui anche un semplice mattone ha un prezzo rilevante. Non deve perciò scandalizzare se, nella cosiddetta “zona nera”, si può vendere materiale di valore storico come marmi, cornici, statue e quanto altro è possibile recuperare, senza dimostrare una benché minima considerazione sul valore storico di questi reperti. Durante quest’operazione, accade che molti degli edifici storici del centro, demoliti dai bombardamenti, diventino una bandita di caccia per tutti quelli che stanno ricostruendo una nuova casa o semplicemente abbellire le esistenti senza comprare il materiale necessario. Per quanto riguarda il Duomo si ha una vera e propria cannibalizzazione del materiale decorativo e costruttivo per colpa della definitiva scomparsa, ad esempio, del monumento al Vescovo Gavi o di quello dedicato al Governatore Bourbon del Monte.
Il 16 luglio 1944 avviene uno scontro al Castellaccio tra partigiani e tedeschi e così anche a Quercianella e Castel Boccale e nei giorni successivi in nuovi scontri a fuoco, trovano la morte Mario Piccini, Felix Bikonaki, Lanciotto Gherardi. Il 19 luglio 1944, la 3° brigata “Garibaldi Oberdan Chiesa” scende a Livorno insieme alla 34a divisione della V armata USA, che entra in città il 29 luglio 1944 e presenzia all’insediamento della nuova Giunta comunale.
Il 1 settembre 1944, dopo Napoli, la città di Livorno è definita Decimo Porto (10th Port), cioè un distaccamento del Genio USA per le opere marittime “Oversea”, operante oltremare.
Il 18 ottobre 1944, è nominata una commissione per lo studio dei problemi legati alla Ricostruzione, di cui fanno parte l’ingegnere capo del Genio Civile, Pasquale Barcia, e l’ingegnere Enrico Salvais, capo ufficio tecnico del Comune di Livorno, che si assume il compito, tutto altro che semplice, di collaborare con l’amministrazione delle forze di liberazione. A questo gruppo di persone si devono le prime scelte urbanistiche e architettoniche che hanno influenzato il processo di rinnovamento della città, dando un notevole contributo alla modifica morfologica d’intere aree metropolitane. Studi recenti stanno mettendo in luce quanto di vero ci sia nella commistione dei poteri, quando si è presentata l’opportunità di costruire una città che potesse soddisfare le esigenze di coloro che quella guerra l’avevano vinta.
L’emergenza postbellica, di porre rimedio al disfacimento del patrimonio edilizio della città, diventa un importante banco di prova per l’attività del Genio civile che, dopo le prime opere di rimozione delle macerie e recupero dei materiali, realizza un’attenta opera di censimento fotografando le condizioni urbanistiche di Livorno.
Si realizza in questa maniera il primo riassunto degli effetti che la guerra ha avuto sulla città e il suo immediato territorio, mostrando un quadro della situazione diverso da quello dichiarato dall’amministrazione locale. Tutto allo scopo di agevolare localmente l’attuazione dei Piani di ricostruzione dopo gli eventi bellici alla cui realizzazione concorre il D.L. del 1945 n. 154 sulle espropriazioni e suoi aggiornamenti.
In questa operazione l’ufficio del Genio civile assume il compito di spartiacque tra gli interessi delle crescenti lobby dei costruttori edili e le esigenze della popolazione dei senzatetto. Il Genio civile quindi non svolge solo il compito di consulente ma anche di esecutore di lavori edili concernenti il riassetto delle zone urbane delle città maggiormente danneggiate dagli eventi bellici. In fase di conclusione dei lavori di ricostruzione del Duomo, si accende a Livorno la polemica tra Comune e Genio Civile sulle competenze avute nel processo di rinnovamento del centro cittadino.
Il direttore di quest’ultimo, l’ingegner Loris Faggioni, uscendo “dallo stretto riserbo in cui era rimesso”, pubblica nel 1955 sul giornale cittadino una lunga lettera. In questa il funzionario rigetta, con approfondita argomentazione, l’accusa d’eccessivo burocratismo delle pratiche mosse dal fronte politico cittadino, che invece vorrebbe avere una più disinvolta procedura dei processi di ricostruzione. Nella vivace lettera del noto ingegnere si legge che: “Il benessere cittadino non si procura camminando al di fuori della legittimità e ne sono prova le tragiche conseguenze delle indiscriminate demolizioni”.
Parole che ancora oggi suonano come d’estrema attualità, in quanto espresse nel momento in cui nasce la lobby dei costruttori cioè di coloro che possono essere considerati i reali artefici di molti degli episodi urbanistici e architettonici della città di ieri ma anche di quella di oggi. S’innesca così una polemica sull’impiego, a volte disinvolto, dei nuovi mezzi costruttivi, si ascrive anche alla formazione, per lo più di tipo ingegneristico, di una classe di tecnici che in questo momento si trova a operare nell’amministrazione delle Belle Arti.
A Livorno e Pisa, emerge da parte del Soprintendente Sanpaolesi, una certa predilezione nell’adozione del calcestruzzo armato, nelle sue più svariate forme e applicazioni, per far fronte alle problematiche strutturali degli edifici in muratura, legata al metodo con cui sono eseguiti i lavori di scavo e trasporto delle macerie nel centro cittadino. L’allora responsabile di quella che si chiamava Direzione Generale delle Belle Arti e Antichità (oggi Ministero per i Beni e le Attività Culturali) si lamenta, con i tecnici del Genio Civile, del fatto che “le demolizioni e la rimozione delle macerie del centro della città di Livorno sono fatte in modo da rovinare l’ambiente”.
In effetti, nonostante il Comune si affretti a replicare con eccessiva enfasi, scrivendo che “forse il Ministero non era bene informato su quanto effettivamente si stesse facendo”, i risultati dell’opera di raccolta delle macerie – è oggi evidente – che si sia svolta con eccessiva noncuranza dei valori monumentali della città.
Sono diverse le case del centro cittadino solo danneggiate, specie tra gli edifici monumentali come quello della chiesa di S. Giulia in Via Grande oppure quella degli Armeni, le cui condizioni non sono irrecuperabili o almeno non giustificano la completa demolizione.
La sfrenata voglia di avere una città nuova asseconda l’esecuzione di una politica urbanistica revisionistica votata a creare un nucleo urbano completamente nuovo: per raggiungere questo obbiettivo si usa, spesso indiscriminatamente, il piccone demolitore. Con l’emanazione del D.L. n.2 del 10.04 1947 con cui s’impone che l’edificio ricostruito sia per volume uguale a quello vecchio ci si trova alla demolizione coatta di molti isolati che avviene con volumi stimati ma non sempre veri.
Il primo edificio a essere ricostruito in Piazza Grande è il cosiddetto Isolato Tanzini, posto a fianco dell’immobile che poi sarà sede della Cassa di Risparmi di Livorno chiamato blocco Vagnetti.
Il 18 dicembre 1946 si ha la rocambolesca vicenda del piano di ricostruzione firmato dall’ingegnere Carlo Roccatelli, approvato nel 1947. Che non riconosce l’effettivo valore della città distrutta e ricostruisce tutta un’altra cosa mostrando che la strategia ricostruttiva del centro di Livorno avviene seguendo palesemente l’ordito del Piano prebellico, disegnato da Marcello Piacentini. In attuazione di questo piano che, tra l’altro, prevede l’esecuzione dei portici in tutta via Grande, si procede alla demolizione del Teatro Moderno.
Sembra che tra le proposte di un piano di ricostruzione, spicchi nel 1947 anche quello di Florestano Di Fausto, ingegnere, architetto e politico italiano, riconosciuto come protagonista incontrastato della scena architettonica libica: è questo conferma che molti tra i tecnici dell’era prebellica sono ancora in attività.
Studi recenti delineano, ogni giorno di più, che negli anni della ricostruzione politica e sociale del dopoguerra, a Livorno si è messo in pratica un vero e proprio compromesso tra le posizioni di un cattolicesimo impegnato e quelle di un marxismo ortodosso. La scelta della nuova amministrazione livornese privilegia la ricostruzione del sistema portuale e dell’impianto industriale e nel fare questo, qualche strumento urbanistico esce fuori dal coro. Nella costruzione dei nuovi isolati del centro cittadino, si assiste a un’attività edificatoria realizzata da diversi soggetti, pur nella plateale scarsezza dei mezzi finanziari allora disponibile, che ha come conseguenza l’uso di materiali spesso inadeguati e modesti. L’insieme degli edifici prodotti in questo periodo, nella loro dignità formale, meriterebbero uno studio più approfondito sulla consistenza strutturale se si pensa che, per restaurare una parte del palazzo del Governo sbrecciato dalla guerra, sembra si sia usato nel 1953. il ferro proveniente dalla dismissione dei letti ospedalieri.
La cultura è quella fiorita dalle rovine del secondo conflitto mondiale, che ha prodotto una “sfrenata libertà” nell’invadere spazi urbani e demolire gli esistenti.
Nella Livorno del dopoguerra, come nel resto della penisola, il modo di costruire ha un grande cambiamento non solo nel senso tecnico del termine ma piuttosto con il fatto che il committente non è più solo l’Amministrazione Pubblica ma anche il privato.
Anni d’agnosticismo hanno coperto in questa città molte delle verità sulla ricostruzione post-bellica, una stagione sulla quale molti studiosi hanno evitato di parlare adeguandosi al concetto bortolottiano che “la guerra ha demolito la città e la sua storia”. Per quanto non sia stato mai confessato, Livorno post- bellica è attratta come molte altre città d’Italia dal miraggio capitalistico e l’incrementarsi delle possibilità economiche porta il popolo livornese a credere ingenuamente che l’auspicio celebrato dalla presenza della chimera posta sul fronte, verso la piazza civica del palazzo Immobiliare, sia una leggenda infondata.
