Fascino di una città contraddittoria

La Toscana è uno dei territori dove più che altrove il passato ha segnato l’evoluzione culturale dei luoghi e in questo panorama assume un ruolo efficace la presenza del porto di Livorno, creato per agevolare la comunicabilità tra il Granducato e le terre che si affacciano su tutto il Mediterraneo.

Livorno fin dai primi anni della sua storia si caratterizza per essere un grande emporio, un luogo dove è possibile comprare, vendere o più semplicemente scambiare ogni cosa favorendo in alcuni casi anche lo schiavismo.

Tale ruolo ha consentito, alla città «creata» dai Medici, di divenire un luogo internazionale, multietnico e multireligioso, molto prima che questi termini entrassero nel linguaggio. Una città quindi tutt’altro che cosmopolita, dove gente di vari luoghi hanno incominciato a far scalo ma non s’integrano completamente con gli indigeni, non costruiscono loro architetture o loro monumenti, non lasciano che labili tracce della loro presenza.

Sbarcare a Livorno significava in questo periodo essenzialmente accostarsi alla corte Medicea la quale alla fine del ‘600 rappresenta uno dei più potenti poteri economici e politici conosciuti. La città è quindi il biglietto da visita del Granducato e come tale viene attrezzata non solo con una potente cerchia muraria ma anche con un efficiente porto cui fanno riferimento capaci e organizzati magazzini. Un lugo nato e voluto come sede di magazzini ma che ben presto si arricchisce di una miriade di persone avente lingua, religione e modo di vivere diversi.

Tutto questo a scapito di una quanto meno formazione culturale causando un profondo divario tra la funzionalità dei rapporti commerciali e i rapporti culturali tantoché nel XVII secolo  il Capitano di Livorno non è in grado nonostante i ripetuti avvertimenti e consigli di “tenere le scritture”. Lo scopo è di “addestrare ufficiali e ministri” di essere in grado di gestire l’azione di governo necessario per gestire un luogo, Livorno, che sta diventando quello che gli storici moderni poi chiameranno “l’ombelico del Mediterraneo”. Grazie all’interessamento del Governo granducale, Livorno diviene lo scalo dei fermenti illuministici della Toscana, una città pronta a recepire e ad irradiare gli stimoli culturali provenienti dall’esterno attraverso i più importanti mezzi di comunicazione allora noti, il teatro e la stampa. Questo agevola l’esercizio delle lettere e delle arti, concorrendo a forgiare menti aperte, duttili e sensibili, consentendo agli abitanti di Livorno di dialogare con i loro interlocutori provenienti da aree geografiche le più disparate molto più agevolmente di quanto un atteggiamento mentale grettamente materialistico avrebbe loro consentito. In secondo luogo, la vivacità e il dinamismo culturale, conferendo lustro e decoro alla città, avrebbero contribuito a forgiare un’immagine estremamente accattivante e seducente. Piombanti definisce come “un fortunato centro dove la popolazione attivissima e soddisfatta fa allargare il cuore a chi la vede[1].

L’aspetto idilliaco  ha solo una breve durata e alla fine del ’700 la città va incontro a un rapido declino fino a essere chiamata  con l’appellativo di “beoti di Toscana” e la cosa non migliora nel tempo tantoché il 16 aprile 1841 il governatore di Livorno dipinge un quadro sconfortante di Livorno. Egli afferma che Livorno si dimostra socialmente divisa in due, una costituita da un ambiente fortemente in degrado, dove l’ignoranza e il malcostume è quotidiano e un ambito che continua a vivere in modo ovattato dedicandosi ai commerci e allo svago.

Negli anni della industrializzazione Livorno, a differenza di altre città dell’entroterra compresa Firenze, si crea nell’istruzione due modelli, quello classico del liceo e quello tecnico che per ironia della sorte sono previsti all’interno di quello che era stato l’ospedale israelitico di Livorno. Un divario che nella cultura locale si fa sempre più profondo producendo quelle contraddizioni di cui la città è stata spesso testimone.

Il livornese ama la sua città e la sua storia in un modo particolare e oserei dire anche stagionale se durante l’inverno è possibile avere un seguito di appassionati che seguono l’argomento (dando vita alla prolificazione di centri culturali) con il primo sole la massa si scioglie e per una magica, quanto ancora per me oscura ragione, la classe delle persone comprese tra i 30 e 50 anni scompare.

In questo ambiente ho il coraggio e la determinazione di realizzare un libro, che uscirà a giugno, dove traccio la “Storia di Livorno” dalle sue origini fantastiche a quelle più concrete degli anni della ricostruzione post bellica promettendo delle grandi sorprese sulla storia della città.

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