L’insostenibile leggerezza dell’essere cavallo si è materializzata con una costosa riesumazione: quella del Caprilli. Dopo anni di chiusura tombale, il restyling dell’ippodromo deciso dalla giunta comunale del sindaco Salvetti è costato 2,3 milioni di euro (soldi dei cittadini). Al malloppo dovranno poi essere aggiunti altri 185mila euro per la manutenzione e il rifacimento della pista e probabilmente qualche altro intervento on the road.
Tutto questo è accaduto dopo la disastrosa, eppure molto prevedibile, vicissitudine di Sistema Cavallo, il chiacchierato gestore scelto con incauto ottimismo dal Comune e travolto da una liquidazione giudiziale.
Nonostante la debacle, la giunta comunale non ha mollato le redini, convinta evidentemente che l’ippica abbia un futuro. Si è rivolta, suo malgrado, ai pisani di Alfea (scartati a priori in un primo momento) e cerca ad ogni costo di rilanciare le corse.
Ma il progetto sembra fare acqua da ogni parte. I “detrattori etici” hanno più volte sottolineato che un’istituzione, il Comune appunto, non dovrebbe foraggiare scommesse (provocano a volte ludopatia) che oltretutto vedono protagonisti animali stressati. I “detrattori economici” gridano al vento che l’ippica è in crisi ovunque e non è economicamente sostenibile.
Ma è proprio così? Facciamo un po’ di data journalism e analizziamo qualche numero. Le scommesse ippiche dai 3 miliardi dei primi anni 2000 sono passati a 330 milioni di oggi (quasi il 90% in meno). Il numero delle corse è in costante diminuzione, gli ippodromi si sono ridotti sensibilmente (dai 50 negli anni d’oro dell’ippica ai 35 attuali). In trent’anni sono stati persi più della metà dei posti di lavoro nell’ippica (da 50 mila a 20 mila).
E neppure una piccola ripresa di fine 2025, sembra aver cambiato il trend negativo. Nel 2026 c’è stato un ulteriore calo delle corse e gravi difficoltà nella gestione degli ippodromi con stringenti problematiche occupazionali.
Dunque, che fare dell’ippodromo Caprilli? Il luogo è straordinario, tutti i livornesi lo sanno. Meriterebbe di essere trasformato in un parco gestito dal Comune? Sì, meriterebbe, ma le spese di manutenzione sarebbero insostenibili. Perché è facile fare progetti (magari con i soldi del Pnrr) ma più difficile poi nel tempo gestirli con le casse municipali, ovvero con i soldi dei livornesi.
Una curiosità. In passato nella giunta Cosimi, per salvare l’ippodromo, ma meglio sarebbe dire quel polmone verde davanti al mare, si pensò anche a un intervento tra pubblico e privato. L’allora assessore al Patrimonio Claudio Ritorni propose una “diversa chiave di lettura”: lo sdoppiamento. Sul Caprilli pendeva una questione di natura giuridico-patrimoniale. La famiglia proprietaria dell’area aveva donato al Comune l’ippodromo ma vincolando la destinazione d’uso alle corse dei cavalli o comunque a quell’esperienza sportivo-culturale. Ritorni propose di abbinare all’ippodromo il parco della Ceschina (di proprietà comunale senza vincoli di destinazione d’uso) con una serie di attività.
Il progetto di sdoppiamento prevedeva di dare a player affidabili la gestione delle corse e della cultura del cavallo compresa l’ippoterapia. E, in un’altra parte dell’ippodromo, era stata immaginata una specie di Spa con la talassoterapia, cure e benessere vari. Sarebbero stati realizzati alcuni parcheggi sotterranei utili anche per chi ogni estate va al mare. Due ristoranti e una serie di chioschi. In cantiere anche la nascita di una Rsa e la costruzione di impianti di energia sostenibile per tutti gli impianti sportivi della zona. La Ceschina doveva diventare infine un grade spazio finalmente fruibile con possibilità di organizzare concerti e spettacoli. I conti a quel tempo dimostrarono la sostenibilità del progetto. Le richieste dei privati non mancarono ma la proposta fu bocciata e l’assessore Ritorni si dimise dalla giunta.
Erano altri tempi, certamente. L’ippica è crollata, ma l’area del Caprilli e della Ceschina possono avere un futuro straordinario. Il problema è quella di non darsi all’ippica (o magari non solo) ma pensare a qualcosa di diverso, ecologicamente ed economicamente sostenibile guardando al presente e al futuro. E soprattutto escogitare un progetto complessivo di tutta l’area. Altrimenti si rischia di gettare al libeccio soldi pubblici e di assistere da spettatori paganti (noi livornesi) alla “insostenibile leggerezza dell’essere cavallo”.
