Orti, tra ruspe e gru riaffiorano i morti dell’antico cimitero




Sugli Orti urbani, i sei ettari di vegetazione spontanea tra il centro e il mare arrivati incredibilmente intatti fino a noi, non si è mai costruito anche perché nella zona c’era un antico cimitero. In questo racconto, che intreccia fantasia gotica e banalità speculativa reale, si immagina il risveglio degli ospiti del camposanto e il loro riaffiorare in superficie disturbati dal rumore e dagli scavi delle ruspe. E allora si salvi chi può…

L’aria di via Goito, la sera, ha l’odore pesante della terra grassa e umida, quella che per due secoli ha inghiottito i corpi del vicino Lazzeretto e dei contadini del Piano. Sotto i piedi degli uomini che oggi coltivano i pomodori, il terreno custodisce un segreto che Riccardo Ciorli ha dissotterrato dalle filze d’archivio. E ora la terra ha smesso il silenzio.

Nessuno se ne è ancora accorto, ma l’antico cimitero preesistente si è risvegliato. Nel 1924 il prefetto Angelo Barbieri ha rimosso solo una piccola parte delle salme e delle ossa, per dare giustificazione burocratica al richiesto smantellamento. Ma la gran parte è rimasta, ora si è risvegliata, si muove di notte e non ha intenzioni pacifiche.

Non sono gli spettri malinconici delle fiabe, ma le larve livide di chi ha passato la vita a spaccarsi la schiena nel fango, Ciorli ha spiegato la grande presenza di acqua, e che nel fango è marcito, dimenticato da tutti. I corpi, rimasti sotto quel quadrante di terra per due secoli, hanno intrecciato le loro ossa con le radici delle querce. Ora che i cartelli del cantiere Frangerini annunciano lo sventramento del suolo, quelle anime hanno iniziato ad emergere in superficie.

Si aggirano tra i sentieri del Bosco Urbano, ma non cercano la Transizione Ecologica. Cercano carne. Cercano cemento. Guardano dalle orbite vuote, mentre il fango cola dalle mascelle, i lotti dove stanno sorgendo i nuovi appartamenti in classe A. Un soldato della Prima Guerra Mondiale, morto per le ferite, stringe fra le dita scheletriche una baionetta.

«Hanno promesso case ecologiche…», sussurra una voce vitrea, simile al fruscio delle foglie al vento. Proviene dall’ombra deforme di un vecchio mezzadro morto di febbre gialla nel 1804, che brandisce lo spettro di una vanga arrugginita. «E noi vogliamo le chiavi!».

Le anime dei contadini dell’Erbuccia sono affamate di riscatto sociale, ma di un riscatto feroce, terreno. Vogliono gli appartamenti. Ogni notte, quando il cantiere si svuota, i fari si spengono e le ruspe gialle riposano sotto la luna, il terreno si spacca con un suono sinistro, di ossa che si spezzano. Gli spettri dei morti emergono dal fango, strisciando lungo il perimetro dell’area verde. Da qui non si vede il mare, c’è solo il cemento grigio del primo costruendo palazzo che li schiaccia, e questo rende la loro rabbia ancora più cieca.

Si contendono le stanze dei futuri appartamenti Frangerini non a parole, ma con ringhi e artigli di terra. C’è lo spettro di una vecchia massaia del Borgo, con il volto scavato dal colera del 1835, che con dita scheletriche accarezza i muri invisibili del terzo piano: «Il riscaldamento a pavimento… asciugherà il marciume che ho nei polmoni. Chiunque comprerà questa casa, dormirà con me nel letto!».

La mattina, i geometri della ditta trovano sempre cose strane: le ruspe non partono, i quadri elettrici sono saltati. Sulle barriere di plastica del cantiere ci sono impronte di mani fatte di terra scura e bagnata, e un odore di putrefazione. Nei fossi degli Orti Urbani l’acqua è diventata nera e densa, come sangue coagulato.

Il Comune ha stipulato la convenzione con Frangerini, e ora le anime di San Jacopo non vogliono che il cantiere si fermi. Vogliono che i quattro palazzi vengano costruiti, come li ha voluti l’assessora Viola Ferroni, per non pagare indennità. Vogliono che le fondamenta scendano profonde, fino a toccare le loro bare dimenticate, per poter usare i pilastri di cemento come scale per salire ai nuovi salotti.

I futuri acquirenti degli appartamenti pensano di comprare una casa moderna nel cuore di Livorno. Non sanno che stanno pagando la lista d’attesa per un condominio di morti, pronti a reclamare la loro nuova residenza in gres porcellanato.

Nel Palazzo Comunale, nelle stanze della giunta, il sindaco Luca Salvetti e l’assessora Silvia Viviani esaminano le planimetrie di via Goito al computer. Per loro, quella firma non è stata una resa al cemento, ma un capolavoro di equilibrio urbanistico. «L’80% dell’area diventerà un parco pubblico», ripete il sindaco con il tono sicuro e soddisfatto delle conferenze stampa che hanno sconfitto le proteste dei Comitati. «L’impronta degli edifici occuperà solo l’uno virgola ottantatré per cento del suolo. È edilizia sostenibile, quattro eco-condomini immersi nel verde». L’assessora Viviani gli annuisce, scorrendo le clausole della convenzione che garantisce cantieri a basso impatto e tetti giardino. Architetta della biodiversità, non sa ancora di avere realizzato in via Goito la massima diversità biologica: la compresenza dei morti. Sull’1,83%?

Le percentuali dei vivi non coincidono con la matematica dei morti. Ogni notte, nell’oscurità di via Goito, le anime dei contadini e dei borghigiani si radunano proprio attorno ai picchetti che delimitano quell’1,83% di terra. Si stringono in quello spazio ridotto, si accalcano e ridacchiano nel buio, grati al sindaco e all’assessora per aver finalmente dato loro una casa che l’assessore Raspanti non gli avrebbe mai trovato. A loro non serve l’intero lotto: si dividono in quattro gruppi per occupare le quattro palazzine con i loro servizi: quando si occupa, si occupa tutto, anche i garages.

Dai telegiornali è rimbalzato l’eco delle nuove leggi del governo Meloni, che ha introdotto il reato di occupazione abusiva di immobili, promettendo tolleranza zero, sgomberi lampo e anni di galera per chiunque si appropri delle case altrui. Ma le gride romane non arrivano sottoterra. Le ombre dell’Erbuccia non hanno certo paura delle camionette della polizia, del prefetto (Dionisi è andato in pensione) e tanto meno dei decreti sicurezza. Il codice penale non ha giurisdizione sull’Oltretomba! 

Le ombre firmano la loro personale delibera. Il Comune ha calcolato tutto, tranne che in quel cemento moderno nessuna giovane coppia livornese vi abiterà, ma un secolare passato della città, pronto a chiedere il conto della sua terra.


Il guardiano dei (m)Orti

(testo raccolto da Massimo Sanacore)

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