Orti urbani, mai nessuna costruzione: l’area servì solo come cimitero

L’area dei cosiddetti Orti urbani di via Goito non è arrivata indenne per caso ai giorni nostri. Storicamente, poiché  la grande presenza di acqua sconsigliava di edificarci, la zona è stata un cimitero che si è progressivamente allargato per ospitare le salme provenienti da altri camposanti in seguito alle sette epidemie di colera che colpirono Livorno tra l’Ottocento e il Novecento.

Con il crescere del pericolo dei contagi dalle malattie epidemiche, il governo lorenese nel XVIII amplia il lazzaretto di San Jacopo, facendone un vasto stabilimento detentivo e sanitario, dove erano occupate varie persone sia direttamente che facenti parti dell’indotto. Gli abitanti di San Jacopo sia i vecchi che nuovi, frutto della nuova iniziativa abitativa venutasi a creare dal 1750, hanno trasformato quello che era stato un borgo di pescatori in un coacervo di genti e attività tra cui emerge quella meno nota di sussistenza al grande lazzaretto di San Jacopo e San Leopoldo. Tra le case  del borgo vi erano i locali dove si ricoveravano i materiali utili all’attività dello stabilimento sanitario come quella del lavaggio delle vesti di quanti lavoravano nello stabilimento. Una attività per la quale utilizzavano i lavatoi costruiti in quel periodo: uno di questi ancora presente nella zona oggi denominata “orti urbani”. 

Si tratta di un’area  ricca di acqua (come purtroppo ha dimostrato il recente disastro alluvionale) dove si trovava il Mulino della Fata Morgana  della cui presenza si ha menzione fin dal 1427, la cui gora si estendeva dall’attuale via Goito fino al mare. 

In questa zona, poco apprezzabile per edificarvi, venne deciso di costruire un cimitero che il 6 ottobre 1784 divenne di proprietà dei padri agostiniani, essendo quello prossimo alla chiesa orami insufficiente per il crescere della popolazione.

Con il passare degli anni il cimitero si amplia e sebbene venga più volte fatto oggetto di proposte per demolirlo, nel 1880 vi vengono interrate le salme provenienti dal sepolcreto della Cigna

Dal 1835 al 1911 a Livorno si sviluppano ben sette epidemie di colera e in varie parti del territorio periferico della città si costruiscono lazzaretti come in piazza Damiano Chiesa e alla Leccia, aventi ciascuno poi il suo cimitero. 

Quello di San Jacopo è nel 1917 di proprietà del parroco che ne richiede una perizia estimativa dalla quale si evince che esso era circondato da un muro alto tre metri, era costituito da un appezzamento a forma di “T” in fondo al quale si ergeva una vecchia cappella, molto probabilmente settecentesca: ai suoi lati si estendevano dei loggiati. Il terreno aveva una estensione di circa 1.947,67 mq di cui una parte era fabbricativo, mq. 720 e il resto era definito di natura lavorativa nuda. 

A seguito della valutazione il cimitero venne fatto oggetto di vendita alla Confraternita della Purificazione la quale però non riuscì ad onorare l’impegno e quindi il Procuratore Generale della Regia Corte d’Appello di Lucca autorizzò la vendita  a Carlo Parenti il 18 luglio 1921. Nel 1924 dopo vari solleciti il prefetto si fece carico di bonificare l’area per la rimozione dei resti mortali ancora esistenti. 

 Allo stato attuale non è dato di sapere se l’operazione sia stata completata con successo come non è accertata la presenza delle falde acquifere quindi non è difficile comprendere quanto sia delicato intervenire su quest’area e perché per secoli sia stata lasciata incolume all’azione edificatoria che l’ha circondata. Della sua presenza rimane una edicola votiva posta sulla facciata prospicente proprio l’area in via Goito

Esposta a questa relazione storica mi sia concesso un pensiero sul successo o meno di essa: quanto ho scritto, dimostra che sono contrario alla cementificazione, in una città dove oltretutto la superficie di verde per abitante è molto scarsa e quello che viene costruito è realizzato senza un apprezzabile stile architettonico. Sembra di tornare al periodo post bellico quando si costruiva demolendo TUTTO in nome di una città nuova, creando di conseguenza un abitato pieno di contrasti in cui il livornese non si identifica più, non ha più un ambente che sente suo. 

Questo perché per decenni i nativi locali hanno lasciato fare, più interessati ad andare al mare e di munirsi non di ciabatte ma di semplici infradito, non di accappatoio ma di un semplice asciugamano. 

Io mi auguro che l’intervento di persone come questo gruppo desti quel giusto interesse che veda i giovani della città ad interessarsi al crescere della loro Livorno, che tralascino un po’ lo sport e gli intervalli con lo spritz per guardarsi intorno. Si potrebbero accorgere che non è vero che non è possibile fare nulla su quello che  decide il Presidente ialazzo, ricordandosi bene che coloro che detengono il potere politico hanno il dovere di ricordarsi che l’unica ragione del loro servizio è il BENE della comunità a loro affidata.

Spero veramente che i sepolcri imbiancati dei nostri giovani siano in grado di reagire e non accada come quello che non è stato fatto per salvaguardare i resti della città cinquecentesca di largo Buontalenti finiti sotto una piattaforma di cemento e ferro, nell’indifferenza dei cittadini.

Riccardo Ciorli

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