C’è un riflesso condizionato, quasi pavloviano, che scatta quando alcuni cittadini decidono di riprendersi un pezzo di città abbandonato al degrado per curarlo come bosco/trasformarlo in orto urbano. Immediatamente, dalle colonne dei giornali o dei social i benpensanti levano il loro coro indignato da guardiani del dogma: “Ma è proprietà privata! La legalità va rispettata!”.
Questo legalismo di facciata, che confonde il diritto con il feticismo del Catasto, nasconde una cecità colpevole. Difendere la proprietà privata in modo puro, astratto e assoluto – anche quando questa si traduce in vent’anni di incuria, immondizia e speculazione – significa ignorare la storia della nostra città e, quel che è peggio, calpestare la nostra stessa Costituzione.
La doppia morale della lottizzazione: la lezione storica dei P.R.U.
I benpensanti accusano ortisti e attivisti di essersi svegliati tardi. Meglio tardi che mai, se il 2013 è tardi. Ma loro? Il benpensante che oggi grida allo scandalo per un ciuffo di lattuga piantato senza permesso, dove era negli ultimi trent’anni? Dove era quando la grande stagione dell’urbanistica contrattata – quella dei P.R.U. (Programmi di Recupero Urbano)inaugurati dalla legge 179/1992 – svendeva i quartieri ai privati in cambio di promesse? Cosa hanno fatto questi benpensanti davanti a quelle promesse sistematicamente tradite? Ma poi, questi benpensanti sanno cosa è successo a Livorno?
Il caso del P.R.U. del (l’incompiuto) Parco delle Mura Lorenesi è stato l’archetipo di questo fallimento e della doppia morale dei paladini della rendita. In quel patto bilaterale tra Comune di Livorno e costruttori, la storia è spietata: i privati hanno edificato e monetizzato i complessi residenziali subito, mentre le opere pubbliche e il parco promessi alla collettività sono andati incontro a una catena di inadempienze, ritardi cronici e collaudi al ribasso.
Per decenni il privato ha violato i patti ed è rimasto inadempiente, ma nessuno di quelli che oggi si scagliano contro gli Orti ha gridato all’illegalità. Nessuno ha mandato le ruspe a requisire i profitti di quei costruttori (vogliamo fare i nomi?). Oggi, però, se quegli stessi diritti edificatori obsoleti risalenti agli anni ’90, al secolo scorso!, vengono rispolverati per lottizzare gli Orti sociali di via Goito e colare altro cemento, le vestali della proprietà privata pretendono che i cittadini chinino la testa in nome di un “diritto” che ha già ampiamente dimostrato di essere un danno per la collettività.
Se il catasto vale più della Costituzione.
La tesi di chi difende la proprietà privata “pura” crolla non solo sul piano storico, ma anche su quello giuridico. L’ordinamento italiano non tutela l’inerzia colpevole. Chi abbandona un terreno per decenni, trasformandolo in una discarica abusiva a cielo aperto a ridosso delle case, sta compiendo un abuso del diritto (artt. 1175 e 1375 c.c.). Sta usando la sua proprietà come un’arma di degrado contro il quartiere. L’articolo 42 della Costituzione lo dice chiaramente, e andrebbe ricordato ai puristi del Catasto: la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge allo scopo di assicurarne la funzione sociale. Se la proprietà perde la funzione sociale e diventa un vuoto a perdere speculativo, recede di fronte all’interesse collettivo.
Inoltre, per i novellati articoli 9 e 41 della Costituzione, la tutela dell’ambiente e della biodiversità è diventata un pilastro supremo. L’iniziativa economica e il godimento dei beni “non possono svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute e all’ambiente”. Si sta violando la Costituzione, ma da chi vuole cancellare un orto urbano autogestito – che combatte le isole di calore, assorbe CO₂ e crea comunità – per sostituirlo con l’ennesima colata di cemento circonfusa da un parco spelacchiato, non da chi coltiva la terra e ne mantiene le caratteristiche.
La “legalità della cura” contro il parassitismo fondiario.
La storica sentenza n. 3665/2011 delle Sezioni Unite della Cassazione ha sancito che la natura di un bene non dipende da un pezzo di carta, ma dalla sua funzione: se un’area serve a soddisfare i diritti fondamentali della persona (socialità, salute, ambiente), quel bene è materialmente un bene comune.
La difesa d’ufficio di chi rivendica il diritto di lottizzare gli Orti Urbani in nome di vecchi accordi di trent’anni fa, del secolo scorso!, è un atto di parassitismo socio-fondiario. Non c’è dignità nel difendere l’abbandono e l’incapacità dei falliti, contro i cittadini che hanno bonificato la terra e hanno applicato la sussidiarietà orizzontale (art. 118 Cost.), sostituendosi all’inerzia del privato e all’assenza dello Stato.
Nel cambiamento climatico, poi, serve un bosco, non un parco. Quei livornesi che non vanno al mare d’estate, vanno a frescheggiare e ossigenarsi nei boschi dell’Abetone, al limite nelle pinete, non certo a Villa Fabbricotti e nemmeno al Parterre, tampoco considerato da essere tranquillamente sacrificato per un Ospedale
La politica locale deve scegliere da che parte stare: se continuare a fare da scudiero a costruttori inadempienti in nome di un’idea padronale e ottocentesca della proprietà, o se applicare l’Amministrazione Condivisa e i Patti di Collaborazione per proteggere chi le città le cura davvero. La terra non appartiene a chi la possiede per lasciarla morire in attesa del cemento, ma a chi la coltiva, la protegge e la restituisce alla vita e alla collettività. Livorno è stata per decenni all’avanguardia del progresso sociale, chi la governa ha il dovere di mantenere questo primato.
Massimo Sanacore
