Bagni, investimenti già ammortizzati ma la politica fa finta di no

La generalizzazione con cui i concessionari balneari, ma non solo loro, rivendicano con voce sempre più forte i loro diritti sul demanio pubblico, e la pervasività politica con cui i governi di ogni colore e le giunte locali, non tutte quelle di centrosinista, ma praticamente tutte quelle di destra, la continua estensione delle concessioni rispetto alle zone libere, inducono a chiedersi se non siamo di fronte a un epocale passaggio politico-economico, di quelli già visti nella storia.

Livorno è un centro importante di questa vicenda, che peraltro ha raggio nazionale, non solo per i Bagni cittadini, assurti alla cronaca, ma anche per il popolo delle barchette, che da tempo ha occupato i Fossi con pratiche talvolta illegali quanto diffuse, come la “cessione a pagamento del posto-barca” che in quanto concessione prevede solo la risoluzione del rapporto del demanio con l’occupante. La cronaca ha però raccontato di particolari vicende nell’area demaniale portuale livornese.

In questa vicenda pluriennale, conosciuta come lotta alla Bolkenstein, colpisce l’infondatezza della ragione principale con cui si difendono posizioni che appaiono di economico privilegio: gli investimenti fatti sul bene demaniale. E colpisce soprattutto che quasi nessuno nella politica si azzarda a contestare un’affermazione che sul piano economico-finanziario è un assurdo: gli investimenti fatti.
Ma tutti gli investimenti, anche le immobilizzazioni fisse materiali, si ammortizzano, regolarmente, con i profitti annuali per cui, contabilmente, il costo sostenuto dei beni come cabine, bar, ombrelloni, lettini e opere in muratura si cancella con i profitti lungo gli anni della loro vita utile, fino a valere zero in bilancio.

Quindi, dalle gare delle concessioni non discende nessuno dei danni paventati, se il subentrante paga, come deve, le eventuali rate di ammortizzazione residue. I politici, di destra e di sinistra, fanno però finta di non saperlo, e nonostante le pronunce a senso unico del Consiglio di Stato, mostrano totale sordità ai cittadini e piena solidarietà a privilegi che pure penalizzano la generalità.

Di fronte a questa situazione, non molto diffusa in Europa, la domanda è se siamo di fronte a un nuovo modo politico-economico che vede, come è già successo nella storia, la privatizzazione dei beni in senso lato pubblici. Abbiamo studiato la nascita del capitalismo agrario inglese con le énclosures seicentesche, le recinzioni private delle terre pubbliche per consuetudine delle comunità, che poi sono state estese in tutti i paesi europei continentali. Qui, e soprattutto nei Paesi cattolici, ci sono poi state le grandi espropriazioni della Chiesa, i cui beni hanno certo alimentato le sue articolazioni religiose, ma erano anche usati per la pubblica carità e il welfare del tempo. Poi la riforma agraria contro il latifondo, che ha derivato lo sviluppo nelle campagne, l’accumulazione dei capitali e il successivo sviluppo industriale. 

In questa società post-industriale ma sempre capitalistica dei servizi, dove la socialità si restringe nella compulsione di internet e dell’informatizzazione, questa ulteriore appropriazione del demanio pubblico, posto per definizione giuridica all’immediata utilità e beneficio dei cittadini, sembra il movimento di una privatizzazione dei rapporti di vita. Una privatizzazione volta a schemi di socializzazione mediati dal profitto.

Livorno, dove il rapporto dei suoi abitanti con il mare è quasi mitologico, sembra confermarlo: una città di sinistra forse più nel mito che nella realtà assiste attonita alle iniziative libertarie d’accesso al mare che provengono da fuori città. Tiepida per il mare libero e ciò preoccupa, perché l’orizzonte marittimo è sempre stata la cifra livornese del suo orizzonte libertario, e la difficoltà d’accesso al mare chiude gli occhi.

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