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La questione Orti Urbani di Livorno, le posizioni del Comitato, della ditta edile Frangerini e soprattutto dell’Amministrazione Comunale richiama il dibattito contemporaneo sulla pianificazione urbanistica della città. Anche a Livorno è esploso il confronto tra figure storiche della disciplina ed esigenze emergenti, che non è solo una questione anagrafica (chi scrive va per i 70 anni) o aneddotica, ma rappresenta una vera e propria frattura epistemologica tra due diverse concezioni dell’urbanistica.
La critica più generale e teorica che si muove oggi a un certo modo consolidato di fare urbanistica in Italia e a professionisti pure del percorso dell’architetto e assessore Silvia Viviani, urbanista di lungo corso, già presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e vicepresidente di un’Associazione volta alla Transizione Ecologica, si articola su tre nodi concettuali fondamentali. Importanti gli architetti del nuovo approccio, e nella stessa Firenze dell’architetto Viviani vi è la OKS Architetti, dall’approccio contemporaneo, sensibile e spesso multidisciplinare
1. Il superamento dell’urbanistica della “mediazione” e del “bilanciamento”.
L’urbanistica italiana tradizionale, ben espressa dall’ultima conferenza del sindaco Salvetti, si fonda storicamente sulla composizione degli interessi: l’urbanista è il tecnico che media tra la proprietà privata (rendita fondiaria, diritti edificatori acquisiti), le finanze pubbliche (oneri di urbanizzazione, cessioni di aree) e il benessere collettivo.
- La critica teorica: di fronte alla crisi climatica, la teoria più avanzata della transizione ecologica (orientata alle Nature-Based Solutions e al Regenerative Design) sostiene che la sostenibilità non è una merce di scambio. Cedere il 98% di un’area verde privata di interesse pubblico per consentire di cementificare il restante 2% (che si estende al 20%) è una logica incrementale e compensativa, considerata ormai insufficiente. La nuova sensibilità teorica ecocentrica rifiuta il principio del “male minore” e della compensazione, esigendo la tutela assoluta e l’inviolabilità degli ecosistemi urbani esistenti.
2. Dalla “Zonizzazione” al metabolismo urbano.
Il modello formativo e operativo degli urbanisti come l’architetto Viviani, cresciuti tra gli anni ’80 e 2000, è fortemente legato al concetto di Piano regolatore generalista, fatto di regole volumetriche, indici di edificabilità, “destinazioni d’uso” e trasformazioni fisiche del suolo (anche quando declinato in Piani Strutturali e Operativi).
- La critica teorica: le moderne teorie urbanistiche contemporanee definiscono la città non più come un insieme di volumi e funzioni da distribuire nello spazio, ma come un metabolismo complesso. I concetti chiave sono oggi la resilienza idraulica, la connettività ecologica dei corridoi biologici e i servizi ecosistemici generati dal suolo non sigillato. Per i teorici della Deep Ecology e dell’urbanistica climatica radicale, l’approccio puramente procedurale e normativo rischia di burocratizzare l’ambiente, riducendolo a una voce di capitolato o a una “quota di verde standard” (i vecchi standard urbanistici del 1968), anziché trattarlo come infrastruttura vitale prioritaria.
3. La governance partecipativa contro l’approccio “Top-Down”.
La figura dell’urbanista classico porta con sé una forte componente di autorevolezza e tecnocrazia (il “sapere esperto”) che vediamo nella Viviani, che cala sul territorio decisioni pianificate negli uffici o nelle aule consiliari, seppur seguendo i passaggi di legge delle osservazioni pubbliche.
- La critica teorica: i movimenti sociali urbani e i teorici della giustizia spaziale evidenziano come i nuovi bisogni legati al clima, all’autorganizzazione e alla prossimità nascano dal basso (Bottom-Up). Gli usi transitori e i patti di collaborazione autogestiti (come la cura spontanea di un orto urbano) creano comunità e resilienza sociale. Quando le istituzioni intervengono per “regolarizzare”, “normare” o ridisegnare l’area attraverso progetti pubblici formali, spesso finiscono per disinnescare la spinta comunitaria originaria. La critica teorica accusa questo approccio di esercitare un controllo istituzionale che neutralizza le forme più genuine di cittadinanza attiva e transizione ecologica dal basso.
In sintesi, la moderna critica teorica non contesta la legittimità o la correttezza formale dell’operato di una figura esperta, e l’architetto Viviani lo è indubbiamente, ma l’adeguatezza del suo paradigma di riferimento. Ci si chiede se gli strumenti normativi e culturali del Novecento, pur aggiornati nei termini e nelle definizioni, siano ancora capaci di rispondere a sfide sistemiche globali, o se serva una radicale rottura metodologica.
Il test Orti Urbani sembra indicare la necessità di rompere a Livorno, e non solo a Livorno, i paradigmi vecchi e stereotipati adottati da piazza Municipio.
Massimo Sanacore

