Livorno: una integrazione non cosmopolita

 Nella storiografia e soprattutto nella politica livornese vi è stato e ancora persiste un abuso del concetto di cosmopolitismo quale categoria interpretativa della storia cittadina, risalente e addirittura fondata sulle Leggi Livornine del 1591 e soprattutto del 1593. Il concetto storico è stato usato come un modello attuale di integrazione dell’emigrazione e di pacifica convivenza cittadina, anche a livelli elevati, dal presidente Ciampi e da una serie di politici amministratori prima e dopo di lui, che l’hanno spesso associato alla assenza di ghetto ebraico.

Ma la cattiva interpretazione storica dà fondamento a un modello politico che vediamo zoppica molto. Intanto è bene dire che Livorno è stata il contrario del cosmopolitismo, che è per definizione l’atteggiamento di chi si riconosce cittadino del mondo, al di sopra di ogni motivo e appartenenza nazionale. Fino a qualche decennio fa nessun storico aveva mai definito Livorno città cosmopolita, a cominciare da Fernand Braudel, che di antiche città del Mediterraneo se ne intendeva. La storia ci restituisce invece una Città delle Nazioni, dove l’internazionalità è stata confusa con il cosmopolitismo, e dell’intercultura, che ha certo creato luoghi di incontro e di affari.
Ma da soggetti ben separati: non solo le genti di Stati, lingue e religioni diverse hanno costruito proprie chiese, propri cimiteri (oggi di proprietà nazionale estera!), proprie associazioni. Gli svizzeri ebbero fino al 1906 due circoli separati, quello di lingua tedesca e italiana, ma ebbero a creare un vero e proprio edificio-simbolo dell’anticosmopolitismo: la chiesa della Madonna, dove gli stessi cattolici (= universali) di diversa nazione costruirono altari distinti e separati, proprio per non mescolarsi neppure nella medesima preghiera in latino.

E storici precedenti alla vulgata più giustamente la presenza degli ebrei l’hanno collocata in un “ghetto non chiuso”, in quanto essi si assembrarono in una zona specifica del centro città, che ancora qualche decennio fa i vecchi livornesi chiamavano, impropriamente, “ghetto”. In una città di sinistra come Livorno, la popolarità del concetto di cosmopolitismo ha poi goduto dell’avversione verso di esso del fascismo, che lo riteneva e combatteva come una minaccia alla compattezza nazionale e simbolo di decadenza edonistica.

Riprendere tuttavia il motto mediceo diversis gentiibus una, città “naturalmente e storicamente cosmopolita” aperta all’accoglienza è stato però anche un atteggiamento semplificatorio di governo per la politica, poco avendo capito della storia cittadina. Livorno è stata governata dal 1591 fino al 1862 da un governatore, con poteri speciali. Livorno è stata costruita come una città-azienda, una macchina da soldi per lo Stato e la storia di questi governatori/amministratori delegati (dai granduchi) è stata una storia di continui interventi per far funzionare la macchina, gestendo tutti gli addetti. Consentire a loro una certa libertà, senza trascendere i limiti, fu un continuo stop and go di grande impegno per chi governava la città. La fattiva compresenza di distinte e separate presenze estere (gli italiani non toscani) e straniere (non italiane) e un modello amministrato e regolato ha quindi prodotto un modello storico-sociale che, se non è stato idilliaco come talvolta si indulge a dire, è stato senz’altro migliore che altrove.

 Ecco, se la storia di Livorno insegna qualcosa, anche fuori Livorno, è che anche i fenomeni sociali attuali, a cominciare dall’emigrazione, vanno governati con impegno e, in una situazione più complessa, con un maggiore attivismo e attenzione che in passato. Senza autoritarismi, perché prevenire non è affatto più semplice, ma è sempre più facile che curare.

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